E’ in giro la notizia di un provvedimento sul merito, nelle
scuole superiori e nelle università, grazie a un’illuminata (si fa per dire!)
proposta del Ministro dell’Istruzione Profumo. Addirittura qualcuno, senza
riflettere, già s’azzarda a utilizzare la parola riforma (del merito, appunto)
per un decreto legge o disegno di legge, comunque rivestito, di chiaro ritorno
al passato, al tempo della distribuzione dei “premi”, quando il presupposto,
antimoderno e antidemocratico, della “gratificazione”, era, per tutti, l’idea
stabile di gerarchia sociale.
Avremo, così, se il Governo non rinsavirà, lo “studente
dell’anno” (sempre al maschile, guai, anche se ormai statisticamente sono le
donne a ottenere i migliori risultati), scelto da ogni scuola fra i 100 e lode
della maturità, al quale andrà una borsa di studio aggiuntiva e uno sconto del
30% sulle tasse universitarie (complimenti!).
Sono segnali sbagliati, privi di futuro, buttati là senza
una visione strategica della funzione della scuola nel processo di
civilizzazione della società. Ma tant’è!
Eppure, perché, quando si parla di merito, tutti intendiamo
soprattutto il merito individuale, il merito privato? Quel merito, cioè, solo a
beneficio del singolo?
Forse la risposta è anche nel fatto che siamo ancora un
paese di sudditi, pronti a “dimostrare” a chi dirige/governa, qualunque sia il
campo d’azione, risultati e doti per ottenere un premio, una gratificazione. E
guardare gli altri con il sorriso del toccato dalla fortuna. Del non sfigato,
insomma. E sì, perché spesso si dimentica quanto sia labile in Italia, da
sempre, proprio per assenza di una cultura liberale autentica, il confine tra
merito e pratica della raccomandazione, tra merito e facilitazioni
ambientali/familiari.
In un Paese di cittadini alla pari, i “premi” prenderebbero corpo solo nella categoria del
gioco.
In ogni caso, non esiste esclusivamente un merito
individuale e privato. Esiste anche un
altro merito, il merito pubblico, da
riconoscere, ad esempio, al servizio scuola, nella sua funzione collettiva, al
di là della presenza, a volte casuale, nella scuola, di un alunno “bravo”, da
100 e lode, a prescindere dalle strategie didattiche della scuola ospite.
E non è un merito pubblico, per una scuola, sfornare alunni
“bravi”, e basta.
Al contrario, se vogliamo gratificare di un merito pubblico
l’istituzione scuola, bisogna convenire che una scuola merita se sa
"promuovere" la cultura delle persone. Di tutte. I “bravi” sono
“bravi”, qualunque sia la scuola ospite. La scuola, quando "promuove"
la cultura delle persone, di tutte, acquista merito. E "promuovere",
attenzione, non è il porre un timbro burocratico al passaggio da una classe
all’altra di una persona nell’età dell’apprendimento; non è scrivere “promosso”
in pagella: è dare a ogni persona in età di apprendimento il massimo possibile
in termini di cultura e intelligenza di vita, secondo le capacità di
ciascuno/a. A tutti, nessuno escluso.
Proprio nessuna/o.
E questo è il premio
non al merito del singolo e basta, ma al merito istituzionale della scuola, a
beneficio della società, ovvero a beneficio pubblico. Ed è questo mestiere di
Ministro.
O no?
Severo Laleo
P.S.
Le/gli alunne/i classificate/i 100 e lode, anche se
premiate/i, grazie a un processo didattico tutto scandito dal trinomio
lezione.interrogazione.voto, pur sempre meritevoli (ci mancherebbe!), hanno, a
loro insaputa, spesso perso, sicuramente più di altre/i, un “qualcosa”,
difficilmente misurabile attraverso test, in termini di autonomia personale e
relazionale. Che spesso “pesa” quanto il premio.
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