venerdì 1 giugno 2012

C'è merito e merito


 
E’ in giro la notizia di un provvedimento sul merito, nelle scuole superiori e nelle università, grazie a un’illuminata (si fa per dire!) proposta del Ministro dell’Istruzione Profumo. Addirittura qualcuno, senza riflettere, già s’azzarda a utilizzare la parola riforma (del merito, appunto) per un decreto legge o disegno di legge, comunque rivestito, di chiaro ritorno al passato, al tempo della distribuzione dei “premi”, quando il presupposto, antimoderno e antidemocratico, della “gratificazione”, era, per tutti, l’idea stabile di gerarchia sociale.
Avremo, così, se il Governo non rinsavirà, lo “studente dell’anno” (sempre al maschile, guai, anche se ormai statisticamente sono le donne a ottenere i migliori risultati), scelto da ogni scuola fra i 100 e lode della maturità, al quale andrà una borsa di studio aggiuntiva e uno sconto del 30% sulle tasse universitarie (complimenti!).
Sono segnali sbagliati, privi di futuro, buttati là senza una visione strategica della funzione della scuola nel processo di civilizzazione della società. Ma tant’è!
Eppure, perché, quando si parla di merito, tutti intendiamo soprattutto il merito individuale, il merito privato? Quel merito, cioè, solo a beneficio del singolo?
Forse la risposta è anche nel fatto che siamo ancora un paese di sudditi, pronti a “dimostrare” a chi dirige/governa, qualunque sia il campo d’azione, risultati e doti per ottenere un premio, una gratificazione. E guardare gli altri con il sorriso del toccato dalla fortuna. Del non sfigato, insomma. E sì, perché spesso si dimentica quanto sia labile in Italia, da sempre, proprio per assenza di una cultura liberale autentica, il confine tra merito e pratica della raccomandazione, tra merito e facilitazioni ambientali/familiari.
In un Paese di cittadini alla pari, i “premi”  prenderebbero corpo solo nella categoria del gioco.

In ogni caso, non esiste esclusivamente un merito individuale e privato. Esiste anche  un altro  merito, il merito pubblico, da riconoscere, ad esempio, al servizio scuola, nella sua funzione collettiva, al di là della presenza, a volte casuale, nella scuola, di un alunno “bravo”, da 100 e lode, a prescindere dalle strategie didattiche della scuola ospite.
E non è un merito pubblico, per una scuola, sfornare alunni “bravi”, e basta.
Al contrario, se vogliamo gratificare di un merito pubblico l’istituzione scuola, bisogna convenire che una scuola merita se sa "promuovere" la cultura delle persone. Di tutte. I “bravi” sono “bravi”, qualunque sia la scuola ospite. La scuola, quando "promuove" la cultura delle persone, di tutte, acquista merito. E "promuovere", attenzione, non è il porre un timbro burocratico al passaggio da una classe all’altra di una persona nell’età dell’apprendimento; non è scrivere “promosso” in pagella: è dare a ogni persona in età di apprendimento il massimo possibile in termini di cultura e intelligenza di vita, secondo le capacità di ciascuno/a.  A tutti, nessuno escluso. Proprio nessuna/o.

E questo è il  premio non al merito del singolo e basta, ma al merito istituzionale della scuola, a beneficio della società, ovvero a beneficio pubblico. Ed è questo mestiere di Ministro.
O no?
Severo Laleo

P.S.
Le/gli alunne/i classificate/i 100 e lode, anche se premiate/i, grazie a un processo didattico tutto scandito dal trinomio lezione.interrogazione.voto, pur sempre meritevoli (ci mancherebbe!), hanno, a loro insaputa, spesso perso, sicuramente più di altre/i, un “qualcosa”, difficilmente misurabile attraverso test, in termini di autonomia personale e relazionale. Che spesso “pesa” quanto il premio.




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