domenica 16 dicembre 2012

Valore Scuola


Ecco un titolo, oggi, su LA STAMPA. It:
AMERICA SOTTO CHOC

La preside e le insegnanti morte mentre cercavano 
di proteggere gli allievi. Scontro sui «fucili liberi»
FRANCESCO SEMPRINI, MAURIZIO MOLINARI

“La preside e le insegnanti morte mentre cercavano di proteggere gli allievi.”

Anche nelle tragedie, e non è, purtroppo, la prima volta, 
la scuola, attraverso le sue “maestre”,
continua a svolgere, in silenzio, il suo ruolo universale 
di civilizzazione della società.

Severo Laleo

sabato 24 novembre 2012

Andrea, la persona, e la scuola civile del futuro


Un ragazzo di 15 anni, Andrea, liceale, si toglie la vita, forse (solo sua è la verità)
perché non riesce a sostenere il peso grave di insulti volgari, continui e aggressivi, 
da parte dei suoi coetanei, perché non riesce ad arginare la corrente di una derisione 
avvolgente, stringente in un angolo buio, anche da parte dei suoi compagni
(è difficile scrivere, qui, questa parola: “compagni”) di scuola.
Schiacciato dalla calunnia -ripete ora dal dolore affranto il suo nonno-
era troppo sensibile, non ha resistito”.
Ho letto nei giornali elementi della personalità di Andrea, spesso anticipati/seguiti
da aggettivi di comprensione, e quasi giustificazione, ma elementi, appunto;
di questo non credo sia lecito scrivere, perché la persona Andrea non è in quegli 
elementi, (da una lettera aperta di insegnanti, amici, compagni di classe e genitori 
esce un profilo più ampio e complesso), Andrea è al di là di ogni elemento, 
è un’unica, nel senso di irripetibile, sintesi di libertà e volontà (la “sua” libertà, 
la “sua” volontà) degna, sul piano etico e giuridico, sempre e comunque, di un rispetto
infinito, e libera, per norma civile, da ogni invadenza violenta degli altri. 
Senza altra possibilità di giudizio sociale.
E’ scritto anche nell’art. 1 (Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità
e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso 
gli altri in spirito di fratellanza) di quella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani
che a scuola non si ha tempo di studiare, di analizzare, di interiorizzare
(tanto non è “materia” e non dà “voti”), e che ogni anno, il 10 dicembre, andrebbe,
non solo celebrata (c’è sempre un compito in classe, il 10), ma in profondità meditata. 
E per più giorni. Il filosofo Mounier, sempre a proposito di dignità della persona, 
ha lasciato scritto con grande lungimiranza: “Ogni persona ha un significato tale 
da non poter essere sostituita nel posto che essa occupa nell'universo
delle persone. Tale è la maestosa grandezza della persona che le conferisce 
la dignità di un universo; e tuttavia la sua piccolezza, in quanto ogni persona 
è equivalente in questa dignità, e le persone sono più numerose delle stelle“. 
Guai a toccare il “significato” di una persona.
La persona può essere, ed è, solo il “luogo” dell’amicizia e dell’amore degli altri.
Ma non è ancora così, spesso per responsabilità, soprattutto, del mondo degli adulti.
Andrea non ha potuto godere delle prerogative e dei diritti dell’essere persona,
sia, forse, per personale fragilità, sia, certamente, per carenza culturale,
sul piano etico e giuridico, di una comunità. Nel caso di Andrea questa comunità
è il mondo extrafamiliare, la scuola innanzitutto. Non il “suo” liceo, non i “suoi” compagni,
non i “suoi” insegnati, ma la scuola nel suo essere scuola. Esisteranno anche 
le responsabilità di qualche colpevole compagno inconsapevole, ma non è questa ora
la domanda. La domanda è un’altra: può la scuola avere un ruolo quando si tratta 
di tutelare la persona quale “luogo” di amicizia e amore? Senza dubbio.
Ma la scuola, la nostra scuola, nel suo essere scuola, nel suo insieme,
(e non parliamo qui del liceo di Andrea) è ancora la scuola degli oggetti di apprendimento
e non della persona in apprendimento; è ancora la scuola del trinomio 
lezione.interrogazione.voto, e non dell’ascolto della persona studente;
è ancora la scuola della relazione cattedra/banco –sappiamo, esistono eccezioni
lodevolissime, numerose e diffuse, ma individuali e non strutturali-
e non delle relazioni tra persone, con tutto il proprio essere, tra pari;
è ancora una scuola tendente a dividere per scandagliare e privilegiare il merito
(senza un’idea “personale” di merito), e non a costruire comunità;
è ancora una scuola inadatta a incidere nelle relazioni tra “compagni”, magari con attività
metodologicamente programmate per questo fine, perché è ancora, in estrema sintesi, 
la scuola del malessere e non del benessere. E vivendo purtroppo la scuola senza altre 
professionalità adeguate, oltre l’insegnare, ad esempio esperti di psicologia, 
senza competenze di altra “umanità” con il fine di “produrre” cultura, senza finanziamenti 
adeguati per ampliare l’offerta formativa nel campo dell’educazione alla civiltà, 
senza strutture adeguate, oltre i contenitori aule, continuerà ad essere un luogo 
della separatezza, quasi un mondo a sé, un “carcere”, rinunciando a dare quel di più
in termini di abito comportamentale, utile per non subire i condizionamenti di una diffusa,
generalizzata abitudine a seguire i consigli per gli acquisti nel consumo e nel divertimento.
Forse solo una scuola civile, a misura di persona, saprà garantire una tutela più forte
alla dignità della persona.
O no?
Severo Laleo

giovedì 22 novembre 2012

La sacra trinità


E’ al posto giusto, in questo Blog Lezione.Interrogazione.Voto,
un articolo di Tullio De Mauro,
tratto dall’ Internazionale, numero 975, 16 novembre 2012.
Grazie prof. De Mauro.

La scuola capovolta

Il modo tradizionale di far scuola è minacciato da un ciclone.
Con nome inglese lo chiamano flipped classroom, la classe ribaltata.
La Khan Academy di cui qui s’è già detto lo alimenta. E ora la cauta,
sempre responsabile Associazione docenti italiani (Adi) gli dà il suo avallo
nella newsletter del 5 novembre e chiama alla ribalta un ricercatore di Padova,
Graziano Cecchinato, che nel suo sito moltiplica le testimonianze
di classi flippate.

In molti paesi una sacra trinità ha presieduto da secoli alla vita della scuola:
1) silente ascolto in classe della lezione dell’insegnante che tra cattedra e lavagna
racconta quel che nel libro è già scritto;
2) a casa studio (del libro) ed esercizi di applicazione dello studio;
3) di nuovo in classe, interrogazioni “alla cattedra” per verificare lo studio del libro.

Qua e là ci sono stati sempre insegnanti divergenti:
l’insegnante “che non interroga mai”, perché in realtà interroga sempre,
gira tra i banchi, costruisce passo dopo passo (“perde tempo”) comprensione
e apprendimento degli studenti parlando con loro e annotando
come interagiscono con lui e con lo studio; oppure insegnanti che,
come faceva Mario Lodi, capovolgono la cattedra e, poggiata contro un muro,
la usano come stia per far vedere come nascono e vivono i pulcini.
Se si costruiscono e offrono agli studenti buoni video didattici
da vedersi a casa quando vogliono, il tempo classe può essere dedicato
interamente alla discussione e all’apprendimento attivo.

Severo Laleo

martedì 26 giugno 2012

Don Milani: Non bocciare


Di Giugno, il 26, nel 1967, a 44 anni, a Barbiana, nel Comune di Vicchio,
in Provincia di Firenze, muore don Milani. Don Lorenzo Milani.
Non tutti sanno chi è don Milani,
soprattutto i papà dei Pierini (i ricchi), troppo spesso votati alla politica,
sempre attenti alla “giustizia”, a premiare e a punire, con imparzialità;
ma spesso anche i severi professori dell’interrogazione regolare con voto,
sempre attenti a evitare “differenze di trattamento” tra gli alunni.
Sconosciuto, pare, don Milani, anche a qualche ministra/o improbabile
dell’istruzione, indaffarata/o, nell’era della fine delle ideologie,
a licenziare il ’68 e a favoleggiar di merito per “primi della classe”.
E sconosciuto, pare, anche a molti altri, sempre catturati
dalla passione della politica, giovani, moderni, vivaci, avanti in tecnologia,
gioiosi, perché del tutto ignari dell’esistenza dei Gianni (i poveri),
ma plagiati dalla mito della meritocrazia, soprattutto per gli altri,
perché, si sa,  i politici, da “eletti”, non hanno il dovere di dare,
con serietà, gli esami, ma solo di prendere i “voti”.
E senza interrogazioni regolari.
Non tutti sanno chi è don Milani.
Eppure, don Milani, solo per ricordare qualche suo tratto di “maestro”,
è stato, e si può ben dire, tra i pedagogisti del ‘900,
il più tenace manovale di educazione nella “scuola lunga”:
quella “senza vacanze”, 365 giorni su 365;
il più agguerrito padrone delle parole: che sono da distribuire a tutti,
per estendere la libertà di tutti (“la parola ci fa eguali”);
il più completo maestro privato: ma a difesa della scuola pubblica;
il più laico prete cattolico: per sostenere una scuola democratica 
aperta a atei e credenti;
il più “ingiusto” dei maestri nelle valutazioni:
per garantire parzialità di trattamento (mai “far parti uguali tra diseguali”);
il più radicale assertore del successo scolastico:
quando alla scuola chiede, senza deroghe, di “non bocciare”;
il più lucido esperto di didattica: quando chiede di dare la scuola a tempo pieno
a quelli che sembrano cretini”;
il più lucido esperto di psicologia scolastica: quando afferma che
agli svogliati basta dargli uno scopo”;
il più obbediente dei figli della Chiesa: ma per gridare 
che “l’obbedienza non è più una virtù”, almeno quando le leggi 
non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte)”.
E tanto altro ancora.
Ma la modernità del nostro mondo, con la sua velocità, la sua assenza di sguardi,
non ha il tempo né le risorse materiali e umane per curarsi di chi “si disperde”,
e regala a don Milani, con un bonario e ammirato giudizio,
l’epiteto di “prete visionario”. 

Severo Laleo 

venerdì 1 giugno 2012

C'è merito e merito


 
E’ in giro la notizia di un provvedimento sul merito, nelle scuole superiori e nelle università, grazie a un’illuminata (si fa per dire!) proposta del Ministro dell’Istruzione Profumo. Addirittura qualcuno, senza riflettere, già s’azzarda a utilizzare la parola riforma (del merito, appunto) per un decreto legge o disegno di legge, comunque rivestito, di chiaro ritorno al passato, al tempo della distribuzione dei “premi”, quando il presupposto, antimoderno e antidemocratico, della “gratificazione”, era, per tutti, l’idea stabile di gerarchia sociale.
Avremo, così, se il Governo non rinsavirà, lo “studente dell’anno” (sempre al maschile, guai, anche se ormai statisticamente sono le donne a ottenere i migliori risultati), scelto da ogni scuola fra i 100 e lode della maturità, al quale andrà una borsa di studio aggiuntiva e uno sconto del 30% sulle tasse universitarie (complimenti!).
Sono segnali sbagliati, privi di futuro, buttati là senza una visione strategica della funzione della scuola nel processo di civilizzazione della società. Ma tant’è!
Eppure, perché, quando si parla di merito, tutti intendiamo soprattutto il merito individuale, il merito privato? Quel merito, cioè, solo a beneficio del singolo?
Forse la risposta è anche nel fatto che siamo ancora un paese di sudditi, pronti a “dimostrare” a chi dirige/governa, qualunque sia il campo d’azione, risultati e doti per ottenere un premio, una gratificazione. E guardare gli altri con il sorriso del toccato dalla fortuna. Del non sfigato, insomma. E sì, perché spesso si dimentica quanto sia labile in Italia, da sempre, proprio per assenza di una cultura liberale autentica, il confine tra merito e pratica della raccomandazione, tra merito e facilitazioni ambientali/familiari.
In un Paese di cittadini alla pari, i “premi”  prenderebbero corpo solo nella categoria del gioco.

In ogni caso, non esiste esclusivamente un merito individuale e privato. Esiste anche  un altro  merito, il merito pubblico, da riconoscere, ad esempio, al servizio scuola, nella sua funzione collettiva, al di là della presenza, a volte casuale, nella scuola, di un alunno “bravo”, da 100 e lode, a prescindere dalle strategie didattiche della scuola ospite.
E non è un merito pubblico, per una scuola, sfornare alunni “bravi”, e basta.
Al contrario, se vogliamo gratificare di un merito pubblico l’istituzione scuola, bisogna convenire che una scuola merita se sa "promuovere" la cultura delle persone. Di tutte. I “bravi” sono “bravi”, qualunque sia la scuola ospite. La scuola, quando "promuove" la cultura delle persone, di tutte, acquista merito. E "promuovere", attenzione, non è il porre un timbro burocratico al passaggio da una classe all’altra di una persona nell’età dell’apprendimento; non è scrivere “promosso” in pagella: è dare a ogni persona in età di apprendimento il massimo possibile in termini di cultura e intelligenza di vita, secondo le capacità di ciascuno/a.  A tutti, nessuno escluso. Proprio nessuna/o.

E questo è il  premio non al merito del singolo e basta, ma al merito istituzionale della scuola, a beneficio della società, ovvero a beneficio pubblico. Ed è questo mestiere di Ministro.
O no?
Severo Laleo

P.S.
Le/gli alunne/i classificate/i 100 e lode, anche se premiate/i, grazie a un processo didattico tutto scandito dal trinomio lezione.interrogazione.voto, pur sempre meritevoli (ci mancherebbe!), hanno, a loro insaputa, spesso perso, sicuramente più di altre/i, un “qualcosa”, difficilmente misurabile attraverso test, in termini di autonomia personale e relazionale. Che spesso “pesa” quanto il premio.




domenica 20 maggio 2012

Adozioni libri di testo: ma che rito è?

Ogni anno, purtroppo ancora adesso, in pieno regime di autonomia scolastica
- le abitudini, si sa, sono le ultime a morire-, in tutte le scuole d’Italia è convocato,
direttamente per decisione del Ministro (i dirigenti scolastici, in questo caso almeno,
sono solo esecutori di un ordine superiore!), il Collegio dei docenti,
nella “seconda decade di maggio” (così recita la norma in burocratese),
per un rito non solo vecchio, superato e stanco,
ma anche senza molto senso sul piano pedagogico e didattico:
la scelta dei "libri di testo" per l’anno scolastico successivo.

Si tratta di un’operazione fondamentalmente burocratica e centralistica.
Subìta da docenti avvertiti. E non si sa bene perché continui negli anni
sempre uguale a sé stessa. Con gli stessi vincoli, con la stessa retorica.

Semplificando, ecco il meccanismo della scelta dei libri di testo
(la procedura, in realtà, nei suoi passaggi formali, è più complessa e articolata):
nel mese di maggio, appunto, docenti non sempre sicuri di poter utilizzare
l’anno successivo i testi su cui sono chiamati a decidere 
- anzi non pochi già sanno di cambiare scuola o classe -, 
propongono al Collegio dei docenti, che è l’organo deliberante,
dopo un passaggio nei Consigli di Classe, alla presenza dei rappresentanti 
di studenti e genitori non direttamente interessati, un tal libro di testo,
senza conoscere le/gli alunne/i della futura e nuova classe,
senza aver definito con sicurezza la programmazione di classe,
senza aver avuto il tempo di scegliere i percorsi didattici.
Si decide così senza molto costrutto, solo perché è un obbligo di maggio la scelta.
Ma perché non si apre su questo rito un serio dibattito?
Perché non si avvia una discussione seria, moderna, sensata sul superamento
dell’idea di “libro di testo”? Perché non possono essere direttamente le/i docenti libere/i
di scegliere, in piena autonomia, anche all’inizio dell’anno scolastico,
quando hanno di fronte realmente alunne e alunni, gli strumenti utili, libri compresi,
nel rispetto del Piano dell’Offerta Formativa (POF),
al raggiungimento degli obiettivi educativi e didattici?
Anche senza libro di testo, se così parrà opportuno?
Il libro di testo era necessario, e vincolante, una volta, quando al centro 
del lavoro docente non era l’alunno, ma il programma
In qualche modo era la garanzia della realizzazione di un programma “ufficiale”. 
E per fortuna, perché a volte proprio il “libro di testo
offriva la possibilità al docente di andare oltre i superati “programmi ministeriali”.
Ma, grazie all’autonomia, non è più così, e da un pezzo ormai.
Ed è forse sempre necessario avere un unico testo nella classe per l’insegnamento,
ad esempio, della storia? Perché il libro di testo di storia deve essere, per definizione,
un testo “scolastico”? Può non essere un testo “scolastico”, 
cioè non scritto per la scuola? Perché non dare a un docente di storia la possibilità 
di utilizzare in una classe più libri,più fonti documentarie, 
senza “adottare” un testo scolastico?
Il rito delle adozioni di maggio è forse da rivedere, radicalmente.
O no?
Severo Laleo