sabato 24 novembre 2012

Andrea, la persona, e la scuola civile del futuro


Un ragazzo di 15 anni, Andrea, liceale, si toglie la vita, forse (solo sua è la verità)
perché non riesce a sostenere il peso grave di insulti volgari, continui e aggressivi, 
da parte dei suoi coetanei, perché non riesce ad arginare la corrente di una derisione 
avvolgente, stringente in un angolo buio, anche da parte dei suoi compagni
(è difficile scrivere, qui, questa parola: “compagni”) di scuola.
Schiacciato dalla calunnia -ripete ora dal dolore affranto il suo nonno-
era troppo sensibile, non ha resistito”.
Ho letto nei giornali elementi della personalità di Andrea, spesso anticipati/seguiti
da aggettivi di comprensione, e quasi giustificazione, ma elementi, appunto;
di questo non credo sia lecito scrivere, perché la persona Andrea non è in quegli 
elementi, (da una lettera aperta di insegnanti, amici, compagni di classe e genitori 
esce un profilo più ampio e complesso), Andrea è al di là di ogni elemento, 
è un’unica, nel senso di irripetibile, sintesi di libertà e volontà (la “sua” libertà, 
la “sua” volontà) degna, sul piano etico e giuridico, sempre e comunque, di un rispetto
infinito, e libera, per norma civile, da ogni invadenza violenta degli altri. 
Senza altra possibilità di giudizio sociale.
E’ scritto anche nell’art. 1 (Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità
e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso 
gli altri in spirito di fratellanza) di quella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani
che a scuola non si ha tempo di studiare, di analizzare, di interiorizzare
(tanto non è “materia” e non dà “voti”), e che ogni anno, il 10 dicembre, andrebbe,
non solo celebrata (c’è sempre un compito in classe, il 10), ma in profondità meditata. 
E per più giorni. Il filosofo Mounier, sempre a proposito di dignità della persona, 
ha lasciato scritto con grande lungimiranza: “Ogni persona ha un significato tale 
da non poter essere sostituita nel posto che essa occupa nell'universo
delle persone. Tale è la maestosa grandezza della persona che le conferisce 
la dignità di un universo; e tuttavia la sua piccolezza, in quanto ogni persona 
è equivalente in questa dignità, e le persone sono più numerose delle stelle“. 
Guai a toccare il “significato” di una persona.
La persona può essere, ed è, solo il “luogo” dell’amicizia e dell’amore degli altri.
Ma non è ancora così, spesso per responsabilità, soprattutto, del mondo degli adulti.
Andrea non ha potuto godere delle prerogative e dei diritti dell’essere persona,
sia, forse, per personale fragilità, sia, certamente, per carenza culturale,
sul piano etico e giuridico, di una comunità. Nel caso di Andrea questa comunità
è il mondo extrafamiliare, la scuola innanzitutto. Non il “suo” liceo, non i “suoi” compagni,
non i “suoi” insegnati, ma la scuola nel suo essere scuola. Esisteranno anche 
le responsabilità di qualche colpevole compagno inconsapevole, ma non è questa ora
la domanda. La domanda è un’altra: può la scuola avere un ruolo quando si tratta 
di tutelare la persona quale “luogo” di amicizia e amore? Senza dubbio.
Ma la scuola, la nostra scuola, nel suo essere scuola, nel suo insieme,
(e non parliamo qui del liceo di Andrea) è ancora la scuola degli oggetti di apprendimento
e non della persona in apprendimento; è ancora la scuola del trinomio 
lezione.interrogazione.voto, e non dell’ascolto della persona studente;
è ancora la scuola della relazione cattedra/banco –sappiamo, esistono eccezioni
lodevolissime, numerose e diffuse, ma individuali e non strutturali-
e non delle relazioni tra persone, con tutto il proprio essere, tra pari;
è ancora una scuola tendente a dividere per scandagliare e privilegiare il merito
(senza un’idea “personale” di merito), e non a costruire comunità;
è ancora una scuola inadatta a incidere nelle relazioni tra “compagni”, magari con attività
metodologicamente programmate per questo fine, perché è ancora, in estrema sintesi, 
la scuola del malessere e non del benessere. E vivendo purtroppo la scuola senza altre 
professionalità adeguate, oltre l’insegnare, ad esempio esperti di psicologia, 
senza competenze di altra “umanità” con il fine di “produrre” cultura, senza finanziamenti 
adeguati per ampliare l’offerta formativa nel campo dell’educazione alla civiltà, 
senza strutture adeguate, oltre i contenitori aule, continuerà ad essere un luogo 
della separatezza, quasi un mondo a sé, un “carcere”, rinunciando a dare quel di più
in termini di abito comportamentale, utile per non subire i condizionamenti di una diffusa,
generalizzata abitudine a seguire i consigli per gli acquisti nel consumo e nel divertimento.
Forse solo una scuola civile, a misura di persona, saprà garantire una tutela più forte
alla dignità della persona.
O no?
Severo Laleo

giovedì 22 novembre 2012

La sacra trinità


E’ al posto giusto, in questo Blog Lezione.Interrogazione.Voto,
un articolo di Tullio De Mauro,
tratto dall’ Internazionale, numero 975, 16 novembre 2012.
Grazie prof. De Mauro.

La scuola capovolta

Il modo tradizionale di far scuola è minacciato da un ciclone.
Con nome inglese lo chiamano flipped classroom, la classe ribaltata.
La Khan Academy di cui qui s’è già detto lo alimenta. E ora la cauta,
sempre responsabile Associazione docenti italiani (Adi) gli dà il suo avallo
nella newsletter del 5 novembre e chiama alla ribalta un ricercatore di Padova,
Graziano Cecchinato, che nel suo sito moltiplica le testimonianze
di classi flippate.

In molti paesi una sacra trinità ha presieduto da secoli alla vita della scuola:
1) silente ascolto in classe della lezione dell’insegnante che tra cattedra e lavagna
racconta quel che nel libro è già scritto;
2) a casa studio (del libro) ed esercizi di applicazione dello studio;
3) di nuovo in classe, interrogazioni “alla cattedra” per verificare lo studio del libro.

Qua e là ci sono stati sempre insegnanti divergenti:
l’insegnante “che non interroga mai”, perché in realtà interroga sempre,
gira tra i banchi, costruisce passo dopo passo (“perde tempo”) comprensione
e apprendimento degli studenti parlando con loro e annotando
come interagiscono con lui e con lo studio; oppure insegnanti che,
come faceva Mario Lodi, capovolgono la cattedra e, poggiata contro un muro,
la usano come stia per far vedere come nascono e vivono i pulcini.
Se si costruiscono e offrono agli studenti buoni video didattici
da vedersi a casa quando vogliono, il tempo classe può essere dedicato
interamente alla discussione e all’apprendimento attivo.

Severo Laleo