Un ragazzo di
15 anni, Andrea, liceale, si toglie la vita, forse (solo sua è
la verità)
perché non
riesce a sostenere il peso grave di insulti volgari, continui e
aggressivi,
da parte dei
suoi coetanei, perché non riesce ad arginare la corrente di una
derisione
avvolgente, stringente
in un angolo buio, anche da parte dei suoi compagni
(è difficile
scrivere, qui, questa parola: “compagni”) di scuola.
“Schiacciato
dalla calunnia -ripete ora dal dolore affranto il suo nonno-
era troppo
sensibile, non ha resistito”.
Ho letto nei
giornali elementi della personalità di Andrea, spesso anticipati/seguiti
da aggettivi di
comprensione, e quasi giustificazione, ma elementi, appunto;
di questo non
credo sia lecito scrivere, perché la persona Andrea non è in
quegli
elementi, (da una lettera
aperta di insegnanti, amici, compagni di classe e genitori
esce un profilo più ampio e
complesso), Andrea è al di là di ogni elemento,
è un’unica,
nel senso di irripetibile,
sintesi di libertà e volontà (la “sua” libertà,
la “sua” volontà) degna, sul
piano etico e
giuridico, sempre e comunque, di un rispetto
infinito, e libera, per norma
civile, da ogni
invadenza violenta degli altri.
Senza altra possibilità di giudizio sociale.
E’ scritto
anche nell’art. 1 (Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in
dignità
e diritti. Essi
sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso
gli altri in spirito di
fratellanza) di quella Dichiarazione
Universale dei Diritti Umani
che a scuola
non si ha tempo di studiare, di analizzare, di interiorizzare
(tanto non è
“materia” e non dà “voti”), e che ogni anno, il 10 dicembre, andrebbe,
non solo
celebrata (c’è sempre un compito in classe, il 10), ma in profondità
meditata.
E per
più giorni. Il filosofo Mounier, sempre a proposito di dignità
della persona,
ha lasciato scritto con
grande lungimiranza: “Ogni persona ha un significato tale
da non poter
essere sostituita nel
posto che essa occupa nell'universo
delle persone. Tale è la maestosa grandezza della
persona che le conferisce
la dignità di un universo; e tuttavia la sua piccolezza, in
quanto ogni persona
è equivalente in questa dignità, e le persone sono più numerose
delle stelle“.
Guai a toccare il “significato” di
una persona.
La persona può
essere, ed è, solo il “luogo” dell’amicizia e dell’amore degli altri.
Ma non è ancora
così, spesso per responsabilità, soprattutto, del mondo degli adulti.
Andrea non ha
potuto godere delle prerogative e dei diritti dell’essere persona,
sia, forse, per
personale fragilità, sia, certamente, per carenza culturale,
sul piano etico
e giuridico, di una comunità. Nel caso di Andrea questa
comunità
è il mondo
extrafamiliare, la scuola innanzitutto. Non il “suo” liceo, non i “suoi”
compagni,
non i “suoi”
insegnati, ma la scuola nel suo essere scuola. Esisteranno anche
le
responsabilità di qualche
colpevole compagno inconsapevole, ma non è questa ora
la domanda. La domanda è
un’altra: può la scuola avere un ruolo quando si tratta
di tutelare la
persona quale
“luogo” di amicizia e amore? Senza dubbio.
Ma la scuola,
la nostra scuola, nel suo essere scuola, nel suo insieme,
(e non parliamo
qui del liceo di Andrea) è ancora la scuola degli oggetti di apprendimento
e non della
persona in apprendimento; è ancora la
scuola del trinomio
lezione.interrogazione.voto, e non
dell’ascolto della persona studente;
è ancora la
scuola della relazione cattedra/banco –sappiamo, esistono eccezioni
lodevolissime,
numerose e diffuse, ma individuali e non strutturali-
e non delle
relazioni tra persone, con tutto il proprio essere, tra pari;
è ancora una
scuola tendente a dividere per scandagliare e privilegiare il merito
(senza
un’idea “personale” di merito), e non a costruire comunità;
è ancora una
scuola inadatta a incidere nelle relazioni tra “compagni”, magari con attività
metodologicamente
programmate per questo fine, perché è ancora, in estrema sintesi,
la scuola del
malessere e non del benessere. E vivendo
purtroppo la scuola senza altre
professionalità adeguate, oltre l’insegnare, ad esempio
esperti di psicologia,
senza competenze di altra “umanità” con il fine di
“produrre” cultura, senza
finanziamenti
adeguati per ampliare l’offerta formativa nel campo dell’educazione
alla civiltà,
senza strutture adeguate, oltre i contenitori aule, continuerà ad
essere un luogo
della separatezza, quasi un mondo a sé, un “carcere”, rinunciando a
dare quel di più,
in termini di abito comportamentale, utile per non
subire i condizionamenti di una diffusa,
generalizzata abitudine a seguire i consigli per gli
acquisti nel
consumo e nel divertimento.
Forse solo una
scuola civile, a misura di persona, saprà garantire una tutela più forte
alla dignità
della persona.
O no?
Severo Laleo